Marte: catastrofe cosmica

Che Marte abbia avuto tale sorte non è questione opinabile, mentre è incerta la datazione del cataclisma cosmico con date che, per comodità, si tende a stabilire il più lontano possibile nel tempo, oscillando da centinaia di migliaia di anni a  milioni se non miliardi di anni fa.Questo intervallo di tempo così ampio dovrebbe illuminarci sul fatto che, per quanto riguarda Marte, le certezze non sono poi tante e che possiamo noi stessi formulare delle ipotesi, a patto che non contraddicano le conoscenze acquisite e che rispondano ad una giusta logica.Marte è stato distrutto dall’impatto con un asteroide di grandi dimensioni che, penetrando profondamente  nel corpo celeste, ha generato la depressione di Hellas causando, nel contempo, un aumento della pressione all’interno del nucleo con fuoruscita di miliardi di tonnellate di materiale magmatico all’impatto, coincidente con i monti Tharsis, con l’adiacente altopiano di Labirinthus noctis, anch’esso generato dal contraccolpo di Hellas, e con il monte Olympus. Non a caso si tratta delle più imponenti sopraelevazioni nel sistema solare, difficilmente  spiegabili altrimenti. Tutta questa zona, sopraelevata mediamente di 10 Km. sul livello dato, con punte di oltre 25 Km., si estende per una lunghezza di oltre 4000 chilometri.La quasi totale mancanza di crateri nell’emisfero superiore ha trovato finora  diverse spiegazioni: la prima, ed è un’opinione corrente, ipotizza che l’emisfero superiore, in gran parte di livello inferiore a quello dato, non abbia crateri in quanto costituito tutto da un grande oceano che avrebbe attutito eventuali impatti e cancellato, con l’erosione, ogni traccia di anomalie sul fondo.  Questa ipotesi, credibile nella formulazione, è palesemente contraddetta dalla mancanza di crateri da impatto nella regione di Tharsis che pure non era sommersa: l’oceano quindi c’era, ma di impatti non ce ne sono stati  alle alte latitudini.C’è un’altra teoria, formulata da Graham Hancock, che ipotizza invece che l’emisfero superiore del pianeta abbia pochi crateri ed un livello mediamente più basso di alcuni chilometri per aver lanciato nello spazio, a causa degli impatti di Hellas e di Argyre, il mantello di crosta che ricopriva l’emisfero superiore. Questa eventualità è rafforzata dal fatto che un ipotetico cerchio, inclinato di 35 gradi rispetto al piano dell’equatore, divide la zona inferiore, di livello più alto rispetto a quello dato (a parte le zone di impatto di Hellas ed Argyre), da quella superiore di livello più basso; va notato, inoltre, che La crosta dell’emisfero superiore, lanciata nello spazio, avrebbe quindi portato con se anche eventuali tracce di preesistenti  crateri. Riosservando però la zona di Tharsys sembra molto più logico che l’emisfero superiore fosse praticamente privo di crateri, senza peraltro escludere l’ipotesi di Hancock. Se accettiamo la sua teoria dobbiamo anche supporre che un eventuale oceano nell’emisfero superiore si sarebbe formato (o ri-formato) successivamente alla catastrofe.La prova di questa seconda ipotesi  è data dall’enorme quantità di crosta marziana vagante nel sistema solare  la cui esistenza è confermata dalla diffusa  presenza di meteoriti marziani reperibili anche sul nostro pianeta. Si calcola che mediamente  giunga con continuità sulla Terra una consistente quantità di crosta marziana con valutazioni che vanno dai cinquecento Kg./anno di Walter Zubrin, presidente della Mars Society, alle trenta tonnellate/anno di Graham Hangock . Se l’impatto fosse avvenuto solo centomila anni fa potrebbe essere di milioni di tonnellate il peso di tali meteoriti giunti finora, mentre se  risalisse a 16 milioni di anni fa, come propongono alcune teorie accreditate, la quantità di terreno marziano presente sulla terra si avvicinerebbe al miliardo di tonnellate.  In uno di questi frammenti, l’ormai famoso ALH84001,0 trovato in Antartide, sarebbero state reperite tracce di vita elementare risalenti a miliardi di anni fa (come di prassi, questa presenza è stata successivamente smentita).Dopo il grande asteroide di Hellas planitia, nel giro di poche ore sarebbero giunte alcune migliaia di proiettili cosmici, compagni del bolide più grande. Dopo circa sette ore e mezza (Hellas ed Argyre distano tra loro circa 110°, meno di un terzo del periodo di rotazione che supera di poco le 24 ore) un secondo grande asteroide avrebbe prodotto il cratere di Argyre. Non è da escludere che, successivamente ai due grandi impatti,  le voragini si siano colmate di acqua costituendo dei laghi enormi, praticamente dei mari di abissale profondità. Hellas ha una profondità di 5 chilometri, mentre Argyre è profondo tre chilometri.A mio parere, in definitiva, la presenza dei crateri non è dovuta alla progressiva caduta di meteoriti in un arco di milioni o miliardi di anni ma ad un unico grande impatto con un corpo celeste frammentato in una miriade di bolidi dalle dimensioni più disparate che nel giro di poco più di dodici ore hanno tempestato un emisfero del pianeta. Solo pochi bolidi ritardatari sarebbero precipitati, nelle ore successive, sull’altro emisfero. Alla luce di questa teoria i monti Tharsys ed il monte Olimpo non sarebbero, quindi, dei vulcani spenti, ma semplicemente il risultato dell’aumento di pressione dovuto alla penetrazione del bolide di Hellas, sito agli antipodi della regione di Tharsys, mentre il monte Elysium, meno elevato dei monti Tharsis, sarebbe la conseguenza del minore impatto di Argyre , di cui, guarda caso, è agli antipodi. E’ interessante notare che sia la zona di Tharsis che quella di Elysium hanno una configurazione a “scudo rialzato”.Molti scienziati sono perplessi sul fatto che l’emisfero nord abbia pochissimi crateri da impatto ed hanno giustificato in vari modi questa apparente anomalia: ma i conti tornano immediatamente se ipotizziamo l’eventualità che il pianeta sia stato colpito da una pioggia di asteroidi proveniente dalla parte inferiore e con un’inclinazione di 35° rispetto alla perpendicolare al piano dell’eclittica, lasciando privo di crateri l’emisfero superiore.Una testimonianza della catastrofe cosmica è fornita anche dalle tracce, osservabili su gran parte della superficie di Marte,  lasciate dalle enormi masse di acqua scivolate rapidamente sul terreno dopo gli urti di Hellas ed Argyre e disperse successivamente nello spazio. Sono molte, del resto, le zone sommerse da abnormi colate di fango mentre sono pochi i siti rimasti apparentemente indenni o poco danneggiati dall’immane disastro.Stessa fine avrebbe fatto l’atmosfera bruciata dal fuoco di migliaia di asteroidi di piccola e media dimensione, di cui anche una minima parte sarebbe stata sufficiente a sconvolgere l’esistenza del pianeta.Realisticamente, penso che siano molto scarse le possibilità che qualche eventuale forma di vita possa essere sopravvissuta e tale sconvolgimento che, nel giro forse di poche ore, ha distrutto completamente quello che aveva gli elementi per essere, con buone probabilità, un corpo celeste ricco di vita, oltre che di acqua. Il continente Elysium (è stato Gianni Viola a parlare nel 2002 per la prima volta di continente Elysium in riferimento alla regione di Elysium Planitia; cfr. La Civiltà di marte, pp345-368), una grande isola bagnata da oceani profondi fino a 1500 metri e posta ad una latitudine a metà strada tra polo nord ed equatore, sembra aver avuto tutte le caratteristiche per essere un piccolo paradiso. La limitata superficie del pianeta avrebbe permesso ad eventuali abitanti di padroneggiare l’intero globo; il clima mite e l’abbondanza di acqua avrebbero facilitato la nascita e lo sviluppo di forme evolute di civiltà; la minore gravità, oltre a liberare gli autoctoni da dolori di schiena, sarebbe stata ideale per lo sviluppo di tecnologie spaziali. Ma queste sono solo ipotesi ed in ogni caso questa eventuale civiltà non esisterebbe più da centinaia di migliaia di anni, per cui sarebbe ben arduo trovarne possibili tracce.Ma allora chi potrebbe aver lasciato le presunte strutture artificiali oggetto del nostro studio? Non è da escludere che, dopo la catastrofe, l’acqua sia tornata a scorrere sulla superficie del pianeta; lo dimostrerebbero le tracce, relativamente recenti (50-100 mila anni fa), lasciate da grandi correnti idriche  in varie località. Come pure non è completamente da escludere che qualcuno, eccezionalmente,  sia sopravvissuto al cataclisma ricreando, per quanto è possibile, delle condizioni adatte alla sopravvivenza, magari nel sottosuolo o in tubi di enormi dimensioni. Ma potrebbe anche essere che qualcun altro  sia arrivato qui da lontani lidi, creando le strutture da noi osservate, e forse altre, ancora da scoprire. Ipotesi da fantascienza, certo, ma se vogliamo trovare delle soluzioni a questi enigmi non possiamo partire con la mente ingombra di preconcetti e dobbiamo considerare tutte le possibili eventualità, salvo scartarle a fronte di prove contrarie..Liberamente tratto dal libro

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